“Breve Storia del Flipper in Italia”, di Paolo Missiroli

BREVE STORIA DEL FLIPPER IN ITALIA
di Paolo “Meglioprimo” Missiroli
(considerazioni e aneddoti personali realmente vissuti dal 1964 al 1978)

(4/3/2020: aggiunta sezione sui bingo)

Il flipper fa la sua comparsa in Italia nei primi anni ’50 (quasi certa la data del 1954) e fa il suo ingresso nei bar quale macchina da abilità e divertimento. In quell’epoca il giocatore abile poteva vincere partite al raggiungimento di punteggi prestabiliti oppure completando sequenze di passaggi o bersagli; c’era inoltre la vincita “fortunosa” quando la partita aveva termine, legata al “numero finale” (‘match’). I primi flipper che arrivarono in Italia furono chiamati “a milioni” in quanto i punteggi che si ottenevano colpendo i vari bersagli o il passaggio nei vari canali assegnavano minimo 1000 punti o multipli, poi 10.000, poi 100.000 e infine 1.000.000 e multipli. Tali punteggi venivano evidenziati con numeri che si retroilluminavano nella vetrofania della testata del flipper colpendo i vari bersagli che li incrementavano. Le vetrofanie erano vere opere d’arte ed erano create per rappresentare, a grandi linee, il tema del gioco che poteva spaziare da giochi di carte a scene di divertimento, viaggi in aereo, giochi di bigliardo, ecc. ecc.
“Rocket Ship” (Gottlieb, 1958)
un esempio di flipper a milioni

La vincita “fortunata” si aveva quando l’ultima pallina delle 5 disponibili andava in buca e provocava il GAME OVER ( “gioco terminato”); se il punteggio raggiunto era ad esempio 1.234.010 e si accendeva il numero 10 si vinceva una partita che veniva accreditata nell’apposito meccanismo “ruota conta partite credito”. Tale ruota serviva inoltre per accreditare partite qualora si introducesse una moneta di valore doppio al costo della partita singola. Nei flipper a milioni all’inizio il costo era: 20 Lire – 1 partita, 50 Lire – 3 partite. Nel 1958 uscirono leggi che vietarono molte cose in Italia tra le quali la chiusura delle “Case di Tolleranza” e le vincite di qualsiasi forma negli apparecchi da intrattenimento: Slot Machine, Rotamint, Flipper, Bingo…; nell’anno 1965 uscì la nuova legge riguardante i giochi da intrattenimento leciti, non dovevano cioè avere insita nessuna forma di vincita e riportare la dicitura “apparecchio da puro svago e divertimento”; vietato logicamente ai minori di 18 anni, ed erano anche proibite le diciture FLIPPER ma sostituite da “BILIARDINO ELETTRICO SENZA RIPETIZIONE DELLA PARTITA”.

Istruzioni di un flipper a milioni in uso verso la fine degli anni ’50, autoprodotte dal noleggiatore con macchina da scrivere (archivio Tilt.it)

Carabinieri, Finanzieri e Vigili Urbani erano preposti ad effettuare controlli nei locali per verificare che tutto fosse in regola e precisamente: regolare autorizzazione rilasciata dalla Questura in seguito a domanda inoltrata in Carta da Bollo corredata da descrizione dell’apparecchio e foto relativa, controllo del possesso nel locale del documento comprovante il versamento presso gli uffici S.I.A.E del relativo abbonamento trimestrale o annuo, controllo che l’eventuale giocatore avesse compiuto il 18° anno di età. La voce foto/modello procurò non pochi problemi ai noleggiatori e ai gestori in quanto, quando c’erano controlli, si verificava quanto scritto sulla licenza e molte Questure invece che concedere il permesso con solo dicitura “Biliardino Elettrico” inserivano anche il nome del flipper riportato sulla foto allegata; con la conseguenza che chi faceva i controlli contestava che l’apparecchio non era conforme a quanto riportato e lo sequestravano in loco… (sembra una battuta ma è una realtà …giusta, è come se sul libretto di una Fiat Panda fosse scritto Fiat126, l’addetto al controllo legge l’incongruenza e agisce secondo la legge). A seguito dell’uscita della legge arrivarono in Italia flipper che ottemperavano in parte alla nuova normativa, cioè non si vincevano più le partite ma solamente palline, e siccome la legge parlava di partita l’interpretazione che si poteva dare era… una pallina NON è una partita…. poi arrivarono problemi più grossi per l’Italia, crisi energetica, scioperi contestazioni e le forze dell’ordine erano impegnate in qualcosa di più importante del controllare i flipper, che non sono stati certo la rovina per nessuno, anzi, si erano creati posti di lavoro anche perché i vecchi flipper, fuorilegge per causa della vincita della partita, si iniziarono a modificare facendo vincere palline in quanto essendo l’Italia l’unica nazione con questa direttiva le 3 aziende Americane produttrici uscivano con 3 o 4 modelli l’anno con produzioni che al massimo erano di 1500-1600 pezzi/modello quando invece la domanda era di molto superiore alle disponibilità; e perché dopo 3 o 4 mesi lo stesso flipper nello stesso locale non incassava più. Purtroppo questa restrizione, se da un lato ha creato un’indotto importante dedito alla modifica e alla costruzione ex-novo con conseguente occupazione, dall’altro lato, e parlo da amatore, non ci ha fatto conoscere tutti i modelli prodotti dai 3 principali costruttori, anzi 4 perché la Chicago Coin ha costruito anche flipper oltre che Slot Machine, Bowling e altri apparecchi da intrattenimento, modelli appunto esportati in tutto il mondo tranne che in Italia. Una peculiarità del mercato estero difatti, al contrario dell’Italia, era la grande diffusione dei flipper plurigiocatori (2 o 4 giocatori), mentre da noi sono stati pochissimi i modelli di questo genere.
Con il passare degli anni i flipper hanno subito aggiornamenti estetici lievissimi mentre internamente qualcosa cambiava più consistentemente specie nei Gottlieb; poco nella Williams, quasi nulla per il marchio Bally. Gottlieb è stata la prima ad applicare le “pinne” al “bagatelle” un piano inclinato con percorsi casuali formati da chiodini che deviavano le traettorie della pallina lanciata in caduta fino a costringerla a cadere in buche con evidenziato un punteggio. Il conteggio del punteggio raggiunto era a carico del giocatore: più il percorso era cosparso di buche, più la pallina evitava ostacoli, più elevato era il punteggio della buca raggiunta. Questo cambiò le regole del gioco in quanto prima era questione di fortuna ma ora, con i rinvii della pallina da parte del giocatore, subentrava anche una certa dose di abilità. Tutto questo accadeva nel 1947 con le palette elettromeccaniche, poi ci fu tutta l’evoluzione conseguente, respingenti e ruote segnapunti. I primi veri flipper avevano tabulatori abbinati a piastre in bakelite con contatti a pastiglia fissi, e contatti striscianti a rotazione che accendevano le lampade deputate a segnalare al giocatore i vari punteggi conseguiti; poi ci fu l’introduzione delle ruote segnapunti nell’apposita finestrella della vetrofania, pertanto i tabulatori furono usati solamente per eventuali incrementi punteggi o dislocazione modificabile degli special sul piano di gioco, oltre che per il conteggio delle palline ancora giocabili. Il tabulatore è un meccanismo composto da leveraggi e una ruota dentata e può essere mono o bidirezionale: il mono direzionale viene azionato da una sola bobina e gira sempre in cerchio perché le funzioni a cui deve asservire sono ripetitive senza azzeramento; il bidirezionale invece ha due bobine a bordo in quanto è deputato al conteggio delle funzioni incrementali e decrementali e ne viene usato uno per ogni situazione/funzione. Ad esempio: uno per le 5 palline che si ottengono allo start di una nuova partita, uno per le palline che si vincono durante il gioco, uno se ci sono punteggi o special incrementali che devono azzerarsi quando si perde la pallina in gioco. Logicamente ogni “aggiornamento tecnico” che il flipper subiva, faceva aumentare i componenti al suo interno; per esempio fino al 1958, anno di una prima proibizione in Italia, i flipper avevano all’interno 5 palline e quindi non c’era il tabulatore conta palline ma una bobina nella caditoia (barriera) che si chiudeva con il primo punteggio utile che veniva provocato dalla pallina giocata (se ad esempio la pallina tornava nella caditoia senza aver marcato nessun punto veniva recuperata e rigiocata, cosa invece impossibile nei flipper monopallina che a ogni passaggio nel canale di ritorno scalano dal tabulatore). Con questa evoluzione occorreva però un tabulatore conta palline, e si recuperò quello che conteggiava i crediti applicandoci un circuito stampato per segnalare quale pallina si stava giocando. Poi fu necessario installare un altro tabulatore che serviva per accreditare le palline vinte in quanto, in ottemperanza alla legge, non potevano essere le 5 avute con pagamento inizio partita; anche questo era corredato di circuito stampato e si accendevano lampade corrispondenti alle palline vinte e ancora da giocare. Tali lampade illuminavano qualcosa di strano tipo uccellini, ruote, palloncini, frutti nella vetrofania; queste lampade si accendevano una ad una vincendo e si spegnevano una ad una quando si andava in buca. Per giustificare l’accensione e lo spegnimento di queste lampade e soddisfare l’eventuale curiosità di chi verificava la conformità alla legge, nella testata venivano montate alcune lampade intermittenti e così tra quelle bruciate, quelle lampeggianti e quelle che si accendevano o si spegnevano, si pensava di prendere in giro coloro che erano preposti ai controlli, cioe’ Questurini, Carabinieri, Vigili… ma anche loro erano ragazzi che giocavano a flipper e sapevano esattamente come funzionava la cosa. “In giro prendi solo chi è d’accordo di farsi prendere” (disquisizione personale non consona alla descrizione della storia del flipper ma che comunque fa parte di quel bellissimo periodo della nostra Italia)! Conseguentemente a questo nuovo circuito fu installato un relè con diversi contatti che comandavano la rotazione del distributore di segnali elettrici (motore) e l’azionamento di una bobina con leveraggio ammortizzato per l’espulsione della pallina dalla buca di fondo-piano; logicamente potendo vincere solo palline fu cosa giusta installare un‘opzione che consentisse la perdita di tutta la partita o della sola pallina in gioco qualora si provocasse il TILT durante il gioco, e anche questa fu un’ulteriore complicazione. I flipper Gottlieb fino verso la fine degli anni ’60 si spegnevano o staccando la spina o con un piccolo colpetto nel sottopiano esterno, e si accendevano in questo ultimo caso introducendo la moneta nel flipper. Ma il trasformatore all’interno rimaneva attivo, alimentato per tutto il tempo, perciò soggetto a un’usura stressante e dopo alcune settimane iniziava un ronzio estenuante… con la crisi energetica Gottlieb introdusse un meccanismo complicato sullo sportello che azionava lo scarto della moneta se il flipper era spento e un interruttore per non sfilare sempre la spina,  e qui nacquero i simpaticissimi “furbi”: siccome il flipper, quando non giocava, veniva spento, il giocatore prima di introdurre la moneta doveva provvedere personalmente all’accensione… il simpatico “furbo” andava dal barista e cambiava moneta, 500 Lire, poi andava dal flipper e fingeva di inserire la moneta, poi metteva una moneta o in una scarpa o da qualche parte e tornava dal barista, dicendo: “ho inserito la moneta ma mi sono dimenticato di accendere il flipper e la moneta è andata nella cassa”, faceva vedere le monete che avanzava, e il barista gli dava le 100 Lire che poi segnava e noi rimborsavamo; il “furbo” cosi’ giocava gratis. Se poi vinceva palline e c’era attesa da altri giocatori, vendeva la partita di credito più quella in corso per 100 Lire; così aveva giocato e guadagnato 100 Lire.
Questa a grandi linee è la storia iniziale del flipper in Italia, passato sotto la lente dei benpensanti quale oggetto di perversione e depravazione dei giovani dell’epoca e quindi praticamente bloccato sul nascere ma consentito in parte nei “circoli con obbligo di iscrizione e relativa tessera”.
L’indotto che si creò però nel 1965, anno di ricomparsa nei locali del flipper e di altri giochi da intrattenimento senza “vincita” inclusa, se fu importante e molto remunerativa per lo Stato Italiano e per i bar, inizialmente lo fu meno per i noleggiatori per i costi necessari a mettere in piedi tutta l’organizzazione e assolvere a tutta la burocrazia che ne seguiva. Per poter installare i flipper nei locali serviva appunto un permesso di installazione per ogni apparecchio; per ottenerlo bisognava presentare regolare domanda alla Questura di competenza dell’esercizio, domanda che doveva essere fatta in carta bollata, corredata di versamento, mi sembra di £. 3000, più le marche da bollo da applicare sulla licenza, e pagamento agli uffici del dazio competenti qualora il flipper fosse nuovo e pertanto non corredato del timbro che veniva apposto in un punto del cassone. 

Sigillo di avvenuto pagamento imposta di consumo del Comune di Venezia, apposto su un Gottlieb “Troubadour” nel 1967 (archivio Tilt.it)

A volte c’erano contestazioni nei comuni con l’ufficio dei dazieri in quanto andavano nei bar a verificare se i flipper installati avevano il timbro; questo si pagava una volta sola, si pagava però anche una tassa di soggiorno nelle località turistiche tipo riviera balneare o dove c’erano cure termali; poi si pagava una piccola tassa di occupazione suolo pubblico quando si installavano i dondolanti per i bambini appunto sul suolo pubblico (cosa che non mi risulta facessero i primi venditori di chincaglierie in concorrenza anche con i negozi); poi fu introdotta una tassa/abbonamento da pagare anticipatamente alla SIAE per tutti gli apparecchi installati (calciobalilla, biliardi, flipper); poi logicamente denuncia dei redditi d’impresa di fine anno (la “denuncia VANONI”); poi c’erano i consumi di carburante, riparazione dei mezzi, bolli e contravvenzioni… I carburanti erano una voce importante sul bilancio dell’impresa come i pasti, mediamente si percorrevano 60/70.000 Km anno per ogni mezzo disponibile in quanto ogni giorno, al pomeriggio, si partiva per nuove installazioni e riparazioni. Il nostro punto più lontano era Bagno di Romagna, percorrendo la Statale Tiberina. Normalmente eravamo 3 coppie a partire in quanto le zone da coprire e conquistare erano appunto tre: Ravenna e provincia, Bologna e provincia, Forlì e provincia (la più vasta e disagevole). Non c’erano orari da rispettare ma solo buonsenso per non mettere in difficoltà l’azienda, e si lavorava anche di sabato e domenica… Quando si lavora non bisogna guardare solamente alla propria persona ma anche alle esigenze di chi ti da lavoro. In estate c’erano le sale e i bagni al mare che lavoravano a ritmi impossibili, non potevi lasciare nessuna macchina ferma, pertanto stavi in giro; c’erano bar che ci facevano da recapito telefonico, così chiamavi e ti dicevano se c’erano interventi da fare… Io lavoravo di fronte a dove abitavo ed era stata installata una delle prime segreterie telefoniche, alla domenica mattina andavo ad ascoltare le telefonate e se c’era necessità partivo senza che alcuno mi avesse ordinato di farlo. La segreteria telefonica era una cosa fantastica, molti dei chiamanti rimanevano stupiti le prime volte che chiamavano perché prima partiva il messaggio che spiegava il tutto poi, quando partiva il Bip che consentiva al chiamante di registrare il motivo della sua telefonata, ci si ritrovava comunicazioni di ogni tipo dettate dalla sorpresa. Ne riporto una che a distanza di anni mi è rimasta nella memoria come una poesia… il barista chiama e la segreteria si attiva al Bip. Logicamente la voce si ferma e ci si ritrova questa registrazione del chiamante: “Pronto Pronto ma stai male non ho capito cosa dicevi perché non mi hai ascoltato perché non mi rispondi adesso” (voce di donna in sottofondo) “cosa stai dicendo?”. E la voce dell’uomo: “c’è uno che sta male ha parlato parlato poi ho sentito un fischio e non ha più parlato….io dico pronto ma lui non parla”. Poi nel telefono si sente il tu…tut..tut…tut di comunicazione terminata. La chiamata successiva (la segreteria ne conteneva 20) dopo il bip si sente la stessa voce che dice: “è sempre quello di prima!” (poi si rivolge alla donna e gli dice) “parlaci mo te altrimenti mi dici che sono scemo”… si sente “pronto”… poi tut tut tut…!
Negli anni ’70 si era completata, almeno per quello che riguardava la ditta per cui lavoravo, l’installazione dei flipper nei locali di un vasto territorio con “cessione” di locali scomodi perché fuori mano; erano quei locali acquisiti agli inizi, quando tutto faceva comodo, ma poi ceduti in cambio ad altri noleggiatori che a loro volta cedevano i loro per avere non tanto l’egemonia ma per evitare disservizio ai gestori; fare 40/50 Km fuori mano per un incasso o una riparazione non era redditizio. Inoltre, significava tenere impegnata una macchina molto valida perché in caso contrario bisognava andare a ripararla frequentemente e non era certo conveniente, perché una macchina valida andava nei locali ad alta redditività. Il completamento però aveva comportato un impegno notevole, circa 140 macchine fra flipper e JukeBox e Calciobalilla, praticamente tutto il territorio della provincia di Ferrara, che è la seconda provincia dell’Emilia Romagna come estensione; perciò avevo una percorrenza media di 270 Km al giorno per incassi e riparazioni…. Fortunatamente all’epoca non c’erano autovelox, e il traffico a differenza del Bolognese e Forlivese era bassissimo, perciò niente perdite di tempo. Inoltre, imparando stradelli e scorciatoie non ho mai avuto inconvenienti. Quando arrivavo a Ferrara era una sensazione speciale sempre, all’epoca era una città non a misura d’uomo ma di bambino, niente caos, bellissima, tranquilla (sto vedendola davanti agli occhi leggermente velati), Comacchio la piccola Venezia con la sua valle e la strada come un biliardo che l’attraversa tutta senza traffico e la percorrevo a tavoletta. Ho fatto stragi di zanzare, i tergicristalli non servivano, Goro, Gorino, ristoranti che ti sedevi, buttavano giù la rete e ti servivano a qualsiasi ora, non c’erano ancora i giorni di chiusura obbligatoria. Ricordo un aneddoto, la prima volta che vado a Gorino. Erano passate le 10 di sera, avevamo acquisito il giro da un noleggiatore che aveva abbandonato l’attività, il flipper era guasto e io non avevo mangiato, nel locale c’erano 4 o 5 persone che parlavano ad alta voce ma non capivo cosa dicevano; parlavano in dialetto locale ma a me sembrava arabo. Apro il flipper e mi vengono tutti attorno, la proprietaria mi si avvicina e mi chiede se voglio bere; gli spiego che non ho mangiato e ringrazio, lei mi dice: “ma vuoi mangiare?”. Sono titubante e le dico: “tu fai, che io riparo il flipper, lo chiudo, tolgo la cassetta e mi metto a contare i soldi”. La signora arriva con un piatto e una zuppa di pesce… a me il pesce piace, ma non le zuppe, e a malincuore glielo dico. Lei mi dice: “capisco ma questa è la mia zuppa; provala poi se non ti va non mi offendo” (io rimasi sorpreso per l’italiano perfetto e senza cadenze). Gorino diventò il mio punto di ristoro preferito anche se scomodo, ma ne valeva la pena. Poi via sulla Romea di notte, era una rarità incontrare mezzi dopo le 10 di sera figuriamoci all’una o le due, tranne in estate… Mi mancano le nebbie del Ferrarese di quegli anni, alcune strade in mezzo ai platani con la nebbia gelata sugli alberi che formavano una galleria bianca… Ne avevo imparato tutti i segnali possibili, per potermi orientare e per poter andare il più veloce possibile. C’era un locale a Portomaggiore, la “Conchiglia D’Oro” dove anni prima ballavano e ci avevano fatto la sala giochi, bowling compreso. Il proprietario Carlo e la moglie Clara (ho il groppo in gola), due persone inimmaginabili; anche se onestamente devo dire che con me tutti i gestori sono stati sempre estremamente corretti, ma ….qui ero in famiglia. La Caserma dei Carabinieri aveva di fronte uno dei primi chioschi/pizzeria coi tavolini e sedie all’esterno con la bella stagione, mentre all’interno c’erano 2 mini tavolini, il Juke Box e il flipper. Un giorno un Carabiniere mi si avvicina e mi dice: il Capitano ti vuole vedere urgentemente. Siccome parcheggiavo proprio li di fronte mi aspettavo una ramanzina; vado comunque immediatamente e il Capitano, molto giovane tra l’altro, mi dice: “io ho prestato servizio in una base Nato e i flipper che tu porti qui sono superati. O porti uno dei flipper che ti dirò, oppure revoco la licenza per il flipper al chiosco”. Senza parole me ne sono andato e il giorno dopo ho chiamato l’importatore della Gottlieb a Bologna, spiegandogli la situazione. La risposta fu che non era possibile avere quel flipper, era un 2 giocatori con vincita della partita e inoltre averne solo 1 era impossibile, il minimo ordinabile mi sembra fossero 25. Andai a rapporto dal Capitano e gli spiegai la situazione, insistendo sul fatto che il problema era la vincita della partita, si mise a ridere e mi disse: “ma se nella saletta della Conchiglia c’è ne sono 4 in cui si vince la partita, ci vado tutti i giorni a giocare, li conosco bene!”. Allora mi propose un’altra condizione di facile accettazione che era: cambiali con altri modelli più frequentemente. Questo aneddoto l’ho riportato solamente per far conoscere cosa ha rappresentato il flipper negli anni 60/70 nei giovani e meno giovani, demonizzato come oggetto ludico ma presente anche negli oratori dove la percentuale di suddivisione dell’incasso non era 50% e 50% come nei bar, ma 60% al circolo e 40% a noi.
Chi riparava i flipper nei bar era visto come un fenomeno, un flipper guasto creava smarrimento nel locale perché era il passatempo principale; le sfide al punteggio più alto, scrivere il record inciso sul legno in maniera indelebile, il premio al punteggio più alto ogni fine settimana ( magari consisteva nel toast omaggio per il bar, o la pizza nella pizzeria). Quando arrivavo nel bar con il mazzo intero delle chiavi (una settantina perché dove c’erano 2 o 3 flipper le chiavi le avevo solo per il primo, e dentro c’erano quelle degli altri flipper), e la prima che infilavo era quella che apriva il flipper, avevi già creato sensazione e rispetto. Poi ti spiegavano il difetto e se faceva parte dello schema di gioco diventava semplice ripararlo, altrimenti scattava la partita e partiva il ratarataratratta ma anche quello lo individuavi subito. C’erano locali in cui il flipper era posizionato in posti impensabili; ad esempio a Ferrara, in Piazza Castello, nel Bar “Giardino” il flipper stava di misura fra il banco/vetrina delle paste e una porticina che dava accesso a una saletta retrostante, per ripararlo praticamente era da spostare in centro al locale. Il bar era super frequentato continuamente, quando il guasto era nella testa bisognava aprire il piano e operare però nel retro, magari stavi sistemando una ruota segnapunti e qualche curioso toccava un relè o scattava una partita e ti partivano tutte le molle o cadevano le viti….poi finivi e dovevi pulire il flipper, e questo lo facevo con del cotone idrofilo e alcool e l’odore si spargeva nell’aria; ricordo una battuta di un signore che disse ”ma è proprio grave se gli devono fare anche la puntura”; detta in dialetto ferrarese mi è rimasta impressa per sempre. Quando entravi in un locale con borsa degli attrezzi e mazzo di chiavi eri più stimato del primario dell’ospedale. Agli inizi tremavo perché vedere il tifo che avevi e magari non riuscire poi a ripararlo non era il massimo. Quando il flipper faceva rarataratarata, tu lo aprivi, e in 3 secondi lo facevi tacitare; poi o cambiavi un pezzo rotto o sistemavi la lamellina che non toccava più, e per il pubblico eri un genio…..
Il massimo della soddisfazione nelle riparazioni si otteneva comunque operando su un BINGO elettromeccanico, la macchina più complessa che si possa immaginare sia per la quantità di cavi, relè, azionamenti, motori, tabulatori che per la quasi infinità di combinazioni che si potevano ottenere con l’avanzamento delle possibilità di vincita che ampliavano le probabilità. Logicamente non c’era un limite al voler aumentare le possibilità di vincita che si potevano incrementare o meno inserendo monete o usando partite, credito da precedenti vincite, memorizzate su un apposito contatore; c’era pero’ una componente “fortuna” nell’avanzamento delle probabilità, a volte una partita poteva far avanzare di uno, due o più step le combinazioni mentre potevano servire più partite per avanzare di uno step solo. Il tutto era deputato a 2 motori che azionavano diversi gruppi di contatti multipli rotanti, i quali strisciavano su piastre con un centinaio di punti di contatto e se un circuito si “chiudeva” quando gli striscianti si fermavano, a seconda di quanti circuiti si erano chiusi, c’era l’avanzamento delle caselle con il numero di partite che si sarebbero vinte realizzando un TRIS, UN QUADRIS, UNA CINQUINA, cioe’ riuscendo a far cadere nelle buche del piano di gioco contrassegnate dai numeri riportati nella testata seguendo la logica della linea orizzontale, verticale, obliqua o nel settore avente lo sfondo dello stesso colore, rosso, giallo, verde, blu. Le palline a disposizione erano 5, terminate queste si potevano ottenere fino a 3 EXTRA BALL inserendo monete, ma anche in questo caso non c’era alcuna regola, si poteva avere una pallina dopo poche partite/monete come non averne nessuna dopo molte partite/monete, era un calcolo da farsi fra i pro e i contro… rischio conveniente o rischio inutile.
Questo era quello che rappresentava il flipper in quel periodo per me e per tutti coloro che lo hanno vissuto. Quando c’erano gli incassi da fare se c’erano poche monete si contavano a mano facendo i mucchietti: 20 monete da 50 Lire e 20 monete da 100 Lire, l’abilità stava nel non contare nemmeno il primo mucchietto ma farlo giusto subito, poi tutti gli altri farli alti uguale e in velocità. Nei locali dove invece c’erano più flipper usavo la bilancia. 1Kg di 50 Lire corrispondevano a 8500 Lire mentre 1Kg da 100 corrispondevano a 12.000 Lire. Questo lasciava di stucco chi guardava: pesare i soldi??


bilancino americano anni ’30 per pesare e contare i penny; esistevano versioni anche per altre valute, ottenute cambiando il quadrante
(dalla collezione Tilt.it)
Verso la fine degli anni 70 un giorno decisi di smettere; poi 6 anni fa sono andato a trovare i figli di colui che mi aveva assunto in quel mondo bellissimo, e mi sono trovato davanti una montagna di flipper dei quali in tanti ci avevo messo le mani…… e per ora continuo a mettergliele con estremo piacere per farli rivivere.

Ciao a tutti da Meglioprimo!
(Qualcuno potrà chiedersi il perché di questo nick; semplice, dal secondo in poi non ti ricorda mai nessuno!)

8 pensieri riguardo ““Breve Storia del Flipper in Italia”, di Paolo Missiroli

  1. una bellissima storia dove si capiscono certi valori di persone che amavano il proprio lavoro facendolo prima per vivere e poi ora per passione una passione che meglio primo dovrebbe continuare a trasmetterci anche nei forum “la riparazione dei flippers” forum vecchi flipper con persone come lodola webmaster e altri eroi di questa bellissima storia

  2. Ringrazio sentitamente l’amico Federico Croci per aver pubblicato questo aneddoto di vita vissuta e spensierata ma sopratutto per la passione e il tempo che sta profondendo per tramandare questo ritaglio importante e bellissimo di vita italiana. Bologna poi penso fosse la CAPITALE italiana del flipper, erano diversi gli importatori e distributori dei vari marchi. Poi negli anni ’70 ci sono stati diversi ex noleggiatori che sono diventati PRIMA modificatori di flipper usati fatti in “copia” degli originali per poi rimetterli sul mercato poi alcuni COSTRUTTORI EX NOVO con tipologie di gioco personalizzate e che hanno avuto un grande successo, poi c’è stato l’avvento del flipper elettronico e praticamente la sua morte. Un grazie a tutti coloro che hanno dedicato un pò del loro tempo per leggere questo spicchio importante di vita italiana dove tutto lasciava presagire un roseo e spensierato futuro, cosa che si è avverata ma che ora non sembra incanalata per il verso giusto.

  3. mariobarone62 sul forum vecchi flipper ci sono stato per un certo periodo aiutando tantissimi a risolvere i problemi dei loro amati giocattoli unitamente a Giuliano Lodola, poi improvvisamente io mi sono trovato escluso e tacciato di credere di essere una prima donna…. ho avuto moltissimi messaggi di sostegno e simpatia, assieme a Lodola, a un disegnatore tecnico eccezionale e a un esperto di computer avevamo già fatto le schede dettagliatissime corredate di disegni tecnici con descrizioni di montaggio, misure e tolleranze, valori di resistenza delle varie bobine, stavamo per iniziare a girare filmati con la regia di Seibu, esperto di computer e filmografia, per evidenziare le fasi e i metodi di riparazione più appropriati e di individuazione dei vari difetti più complicati da trovare ma ci fu appunto il blocco da parte del webmaster e nessuno ha mai saputo il perchè. In molti mi hanno chiesto di passare sopra a certe idee ma il mio carattere non è in linea con i ripensamenti quando sono certo di non aver sbagliato o di aver offeso qualcuno perciò mi sono ritirato. Ho scritto la storia del periodo che ci ho lavorato su Face Book e l’amico Croci mi ha chiesto di pubblicarla , la cosa mi ha reso estremamente contento perchè è stato uno dei periodi felici e spensiarati della mia felice vita. Ciao

    1. con molto dispiacere sentiamo la tua mancanza e il tuo apporto al forum e devo dire che basta veramente poco perche una persona prenda certe decisioni
      ma privare noi atei della vostra grande esperienza di quello che ci avete trasmesso e di quello che avreste potuto trasmetterci ancora e realizzare un percorso di continuita con voi grandi tecnici ci provoca un’immenso dispiacere

    2. Ciao Paolo sono arrivato da poco nel mondo del flipper e grazie al forum vecchiflipper (Giuliano) mi ha fatto riparare i problemi che aveva.
      Ho letto molti tuoi interventi in passato e devo farti i miei complimenti per come li hai trattati e brillantemente risolti.
      Peccato di non poterti ancora trovare nel forum, rispettando (sigh) la tua decisione, “mi accontentero’ ” di leggere questa tua “storia del flipper”, proprio bella, complimenti…..
      Grazie ciao Marco

  4. Ciao Paolo, ho letto tutto di un fiato il tuo racconto ed anche se a longitudini diverse devo dire che mi sono ritrovato in pieno nella descrizione che hai fatto degli avventori dei bar che consideravano il noleggiatore-riparatore di flipper un super-eroe di quei tempi. In effetti ero uno di quelli, un ragazzo che frequentava uno dei bar del mio paese dove c’era un bellissimo Top Hand e devo dire che il momento in cui arrivava il tecnico era per me un vero e proprio spettacolo. Vedere aprire la gettoniera, togliere il poggiamani, sfilare il vetro e alzare il piano di gioco mi dava un emozione grandissima. Grazie di nuovo per avermi fatto rivivere le emozioni di quei momenti e per avermi illustrato in maniera coinvolgente qualche aneddoto di storia di quegli anni.
    Devo aggiungere che un’altra bella emozione l’ ho provata qualche anno fa quando il giorno del mio compleanno mi sono ritrovato anch’io davanti a quella montagna di flipper che hai citato e sono contento di sapere che ti occupi ancora con dedizione di quelle creature. Spero rivederti presto.
    Un Abbraccio.
    Rino

  5. ciao paolo io ero un assiduo giocatore di flipper e tutto ciò rispecchia la mi infanzia anche se devo dire che dei flipper elettromeccanici non ricordo quasi nulla tranne il flipper con tarzan raffigurato che mi sembra sia jungle dove in quel bar una volta raggiunto un certo punteggio (dopo aver acceso lo special con gli asterischi)regalavano 1000 lire e noi investivamo le 100 lire con ragazzi più grandi di me che saoevano giocare.
    poi arrivarono finalmente(ma ero già abbastanza grande)i flippers elettronici e in particolare la “FAMIGLIA ADDAM” con cui mi divertii tantissimo anche perché con500 lire stavo li a giocare e ore e vendevo le partite vinte e mi facevo anche 5000 lire il gestire della sala giochi vome mi vedeva entrare si metteva le mani nei capelli poveraccio ,

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