episodio 5 – Il Mito

La leggenda di Beniamino Dolli è primo capitolo di una trilogia di “leggende” della nostra terra. Ogni “serie”, tre appunto, è composta di 22 episodi.
Un progetto narrativo di Gianluca Casaccia.

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Episodio 5 – Il Mito

Beniamino aveva un vuoto dentro.

Questa è una cosa che un buon osservatore avrebbe visto con non troppa difficoltà, se non fosse per quel suo risplendere, se l’osservatore non fosse quindi abbagliato dalla luce del mito.

E’ una cosa che sapevano in pochi. In pochissimi. Nicola, ovviamente Nicola, buon osservatore e confidente della nostra leggenda sapeva tutto, o quasi. Fu Nicola stesso che una sera, di qualche anno fa…. Dopo una serata di reminiscenze iniziò a raccontarmi, con la voce un po’ rotta. Iniziò con le parole “Aveva un vuoto”, proseguendo, Beniamino aveva un vuoto che non riusciva a colmare, che forse nemmeno provava a colmare davvero, tutto iniziò da lì. Il vuoto che il Dolli portava nello stomaco fu l’innesco di tutta la storia, che poi divenne leggenda. Innumerevoli leggende.

Ricordo che non ne parlava volentieri, non ne voleva parlare, semplicemente Nicola doveva parlare, almeno quella sera, doveva parlare e tirare fuori qualcosa che lo fece sempre soffrire. Per Nicola, Beniamino era sì un mito come tutti, ma anche un po’ un figlio. Antonio e Nicola, in un certo senso furono genitori putativi. Confidenti. Amici.

A quell’età sembrava un ragazzo senza meta, diceva, senza un perché. Ai tempi pensavamo fosse dovuto per la scomparsa del padre qualche anno prima, diversi anni prima.

Una donna, invece fu una donna. Dopo un interminabile silenzio accompagnato da un sigaretta girata sul momento (Nicola era uno che adorava fare gli anelli con il fumo), quello che disse fu: Una donna.

Una ragazza poco più grande di lui, di due o tre anni credo. Vedi, Beniamino è praticamente cresciuto senza padre, perché anche quando era tra noi, si contavano sulla punta delle dita le volte che in un mese era in casa, lavorava molto, era sempre via. Era un ragazzo, il Dolli, senza un punto di riferimento vero, senza modelli a cui rifarsi. La madre non era una donna forte, pace all’anima sua. Non so se questa donna fosse il primo amore di Beniamino, non so bene cosa successe, so che a quel tempo non era IL Beniamino Dolli.

Incontrata lei, il ragazzo non si vide per un paio d’anni, ma fu una cosa che fu notata dai più solo quando tornò. La sua assenza non fu nulla di speciale, era un ragazzo come tanti per il paese, era solo il figlio del Dolli. Niente come un’assenza, come molte volte è capitato con il Dolli, determina una presenza. Solo nel caso si sia già “qualcuno”, e a quel tempo, come dicevamo, era solo uno in più.

Inconsapevoli che un qualcosa che avrebbe influenzato le piccole vite di questo posti era in incubazione.

Tornò, lo vidi il primo giorno, – preseguì Nicola – sembrava un vagabondo e nulla più. Entrò al bar dopo una settimana, chiese la sua prima Peroni e inizio a parlare con me. Fino ad allora si limitava a salutare, in entrata e in uscita, sempre molto educato. Giocava qualche volta a biliardo. Quel giorno si sedette al tavolo, con aria di chi è già molto più grande e… “Una Peroni grazie” e prese a parlare a fare domande sulle donne. Lei gli spezzò il cuore, da quello che mi disse, lo fece in maniera crudele, ma non scese nei dettagli. Era ancora molto giovane e già aveva un espressione…. Quella donna figlio mio, quella donna che lui pensava l’avesse distrutto, semplicemente fece nascere la sua leggenda, inconsapevolmente. Passarono sei mesi e una Peroni ogni volta scoccassero le 7 di sera, poi arrivò lui, indicando con il mento. Arrivò il flipper. Il sacro flipper del record.

Se beniamino per noi ormai è leggenda capite bene che quel flipper…. È un po’ un sacro Graal. La gente che gioca, che sa, gioca con rispetto. Nessuna botta per via della rabbia, nulla.

Arrivò la ditta dei trasporti e lo scaricò con grande velocità, pochi sguardi incuriositi da una cosa che qui, non si era mai vista.

Tolsero il telo.

Ricordo quel momento al rallentatore, con colori sbiaditi – Nicola guardava il nulla, lo sguardo perso nel vuoto mentre raccontava questa parte – tolsero il telo che lo copriva come fosse tovaglia, quando si vuol fare quella piccola magia di toglierla senza fare cadere bicchieri e tutto il resto. Una spolverata. Dieci minuti per regolare, per attaccare, livellare, caricare, testare, e non so cosa. Tutto molto velocemente, mentre la gente entrava e inconsapevole di ciò che stava per accadere dava uno sguardo fugace e poco interessato.

Il destino che ti combina? Il destino fece incontrare il flipper per la prima volta proprio con Beniamino. Fu il primo in assoluto a inserire un gettone e a colpire la prima pallina. Non potete immaginare l’eccitazione di Nicola in questo tratto. Fermai Nicola perché per me questa cosa era importantissima, volevo… Respirarla. Beniamino, oltretutto, fu il primo. Sì, per voi non fa differenza, ma ricordatevi che non sono solo un narratore, sono uno del posto, la leggenda è leggenda anche per me. Una notizia così ti colpisce. E’ una cosa importantissima che vengo a sapere solo dopo non so quanti anni. Riprese col racconto e mi aspettavo che Beniamino si mostrasse subito fenomeno, invece Nicola racconta che mise un gettone; lanciò la prima pallina e semplicemente la vide scender giù tra i due battenti; si girò verso Nicola e gli chiese cosa fosse questa porcheria. Ora perché è Beniamino, perché è tutto quello che c’è stato, ma dire porcheria, qui, a questo flipper, è un po’ come bestemmiare da queste parti. Nicola si avvicinò e gli disse che era un flipper. Me lo ha regalato mio zio. Quello d’America, quello di Nuova Yorke. Devi lanciare la pallina e colpirla con i due battenti che sono sotto a protezione della “buca”. Li muovi con questi bottoni ai lati, dai prova un po’. Seconda pallina, a vuoto. Si girò e usci salutando, senza lanciare la terza e borbottando, non sono cose per me, ‘sta roba è per gli Americani.

Ancora non sapeva. Ancora non sapeva che avremmo visto gente con tatuaggi fatti in cella 999.897. Avremmo visto nonne giocare al lotto 999.897. Avremmo visto sui muri quei numeri. Avremmo raccontato le sue gesta per anni.

Rientrò un secondo dopo, un minuto dopo. Si avvicinò, ricorda, erano passati sei mesi, si avvicinò e mi guardò con cattiveria, anche se capii che non era per me, era un’attimo di follia, si avvicinò e disse: Quella troia si è suicidata Nicola. Quella troia si è tolta la vita e l’ha fatto di fronte a me.

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