La leggenda di Beniamino Dolli è primo capitolo di una trilogia di “leggende” della nostra terra. Ogni “serie”, tre appunto, è composta di 22 episodi.
Un progetto narrativo di Gianluca Casaccia.
Vietata qualsiasi riproduzione anche parziale senza permesso diretto dell’autore.
Episodio 21/22 – BD 999.897
Beniamino elargiva quotidianamente magie nel suo impero delle biglie di metallo.
Ormai era lì, magnifico sempre intorno ai 800-850.000 punti. Lo faceva con una regolarità impressionante, senza mai parlare. Mentre prima rideva e scherzava e ci prendeva in giro e si vantava. Ora era un tecnico, concentrato. Una magnifica macchina senza anima. Nessuna passione, solo talentuosa tecnica.
Non ci credereste, ma una volta ho pensato, senza dirlo a nessuno, che tutto questo era noioso. La solita noiosissima solfa. Sbuffai, ma mi coprii velocemente la bocca con la mano per il terrore d’esser visto. Iniziai quel periodo a saltare qualche giornata al caffè, con la felicità di mio padre che pensava iniziassi a porre maggiore attenzione verso la scuola.
Le leggende non muoiono mai, non hanno mai una fine. Le storie sì.
Non sapevamo ancora che la parabola di Beniamino Dolli, ufficiosamente già leggenda, era prossima al termine.
I segni c’erano tutti. Beniamino ai nostri occhi non era molto diverso da prima. Imperscrutabile agli occhi dei bambini come ogni eroe. Il contesto era però differente dal luogo dove la leggenda nacque.
Non potevamo più cercare di capire Marta, non sognavamo più le nudità di Giulietta. Nicola, che non stava più tanto bene, iniziò ad alternare le giornate al bar con lunghe giornate di riposo a casa, era sempre stanco ci diceva con un sorriso forzato. Le storie su Beniamino correvano ancora vero, ma meno brillanti, meno belle, meno leggendarie di prima. Beniamino dava poco pane al popolo ormai. Credo fosse stanco. Stanco del dolore, della quotidianità.
L’unica novità in che portò un po’ d’aria fresca in questa grigia afa fu l’avvento di una famiglia, numerosa, in paese: La famiglia Cavezzoni. I Cavezzoni erano originari della Brianza. Famiglia abbiente, direi ricca. Si erano trasferiti perché Nonno Cavezzoni, ancora in vita, comprò qualche anno prima due appezzamenti di terreno. Uno grandicello con un vitigno, su in collina, l’altro più piccolo nei pressi del ponte nuovo.
Abbiamo due ponti qui vicino, quello di pietra, è quello piccolo antico, il ponte di Giulietta, e il ponte nuovo, dove passavano le macchine, in ferro.
Nonno Cavezzoni aveva da sempre avuto la passione per il vino, provò anche a produrlo su in Brianza, comprando un piccolo vitigno, con pessimi risultati, così ci raccontò. O meglio così raccontò al caffè. Un paio d’anni fa acquistati i terreni cominciò a costruire un casale. Finito si trasferirono. Nonno Cavezzoni con due figli. Mario e Vittorio Cavezzoni. Sposati con Matilda e Teresa Dante. Due gemelle. Due gemelle per due fratelli. Mario era quello più giovane, sui trenta, aveva una bambina piccola piccola, Giulietta. Sarà bellissima pensavo. Un giorno sarà bellissima.
Vittorio il fratello grande aveva due gemelli, guarda un po’. Mattia e Matteo. Entrambi dal pelo rosso, e mentre Zia e Mamma erano differenti, anche se gemelle, Mattia e Matteo erano due gocce d’acqua arancione. Quei capelli così… Arancioni! Sembravano piccole carote. 7 anni. Si facevano chiamare i 77.
Una settimana dopo l’ambasciata di Nonno Cavezzoni al caffè biliardo esordirono Mario e Vittorio, soli e curiosi. Presero posto a un tavolo aspettando e si guardarono intorno.
Dopo qualche minuto Nicola a voce alta, ragazzi avete sete o scaldate sedie?
Risposero chiedendo il servizio al tavolo.
Nicola si girò e prosegui. “Aspettassero il servizio al tavolo…” credo abbia pensato.
Beniamino era lì. Sulla poltrona, l’unica poltrona, con la testa rivolta all’indietro a guardare il soffitto. A guardare il soffitto ad occhi chiusi, con un bicchiere di lambro in mano. Vuoto.
Gli educati brianzoli capendo la situazione dopo un’altra manciata di minuti si avvicinarono al banco domandando all’ ”oste” se potevano assaggiare del vino locale.
Lambrusco. Qui abbiamo solo lambro.
Due bicchieri di lambrusco, grazie.
Tornando al tavolo con il bicchiere in mano Vittorio vide il flipper, sorrise, guardò il fratello il quale urlò quello che per tutti fu una bestemmia: “Grande fratellino, scommetto che anche qui non c’è nessuno che ti batte. Fai vedere chi sei, falli sognare.”
Ora se vi dicessi, uno per uno, tutti e dico TUTTI i pensieri che passarono nella mia testa in quel momento, nella testa di Nicola, in quella di Antonio quando lo raccontarono e nelle rispettive teste dei restanti presenti, scriveremmo un libro più lungo della Sacra Bibbia.
Oh ragazzo, si alzò uno qualsiasi, non è che puoi entrare e dire queste cazzate davanti a tutti!
In un attimo si alzò temperatura, tensione, cambiarono i battiti dei cuori in sala e Vittorio, come fosse pronto e aspettasse solo una provocazione replicò all’istante che lui non diceva cazzate, era pronto a scommettersi qualsiasi cosa che il fratello avrebbe superato almeno i…
Se superi i cinquecentomila vi offro due bicchieri interruppe Nicola, almeno ci divertiamo, lo diceva mentre cercava di solleticare Dolli l’insolleticabile.
Mario si avvicinò al monumento e guardando attraverso il cristallo, ripetè con le labbra cinquecentomila, facendo piccoli tragitti con gli occhi. Si gira e con strafottenza al fratello più grande fa: Qui ti piazzo un 800.000.
Velocemente cambia una moneta e la lascia cadere nella fessura.
Si sente solo quello, il click clack della moneta che scende.
Era una sfida, a noi, non a Beniamino che si disinteressava totalmente e di cui i due mangianebbia ignoravano l’esistenza tanto quanto la grandezza.
Finto colpo di pistola, rumore a cui eravamo legati e via. Parte il pistone.
Aveva un sorriso brutto. Un cane rabbioso, mi sembrò di vedere un po’ di saliva scendere dai lati della bocca. Faceva versi con la voce stridula, fastidioso. Aggiungeva qualche urletto e si piegava sia un latro o dall’altro. Sembrava comunque sapere ciò che faceva.
Fece 420.00 con la prima pallina. Poi scoppiò la seconda malamente, ma ottenne 717.000 punti, urlando ripetutamente contro la terza pallina, che deve essersi sentita umiliata e utilizzata come vile strumento. Non era accarezzata o ipnotizzata come tra le mani di Beniamino, no no! Era maledetta, seviziata e martellata.
Si girò, con il volto rosso, ansimando, sudato.
Ho vinto il mio bicchiere.
717.000 punti erano tantissimi. Un’esagerazione per chi non fosse Beniamino Dolli e lo sapevamo, per questo rimanemmo in silenzio. Era però antipatico e il suo flipper era brutto, efficace ma brutto.
Il Dolli si alzò e si diresse verso Nicola chiedendo un altro bicchiere del suo lambro.
Guardò passando il punteggio e si complimentò col tipo, Beniamino era qualche anno più giovane, ma si rivolse come un anziano che parla ad un pargolo, complimentandosi, ma rimproverandolo per gli urli e i versi striduli. E’ un gioco, non una guerra.
Risulti fastidioso anche se sei bravo.
Sapessi fare di meglio magari t’ascolterei ragazzino. Queste le parole di Mario. Mario lo scemo? Poteva già prendere ‘sto soprannome per quanto mi riguardava.
Ragazzino a Beniamino Dolli. Praticamente il tizio volva essere seppellito.
Beniamino sorrise, bevve il vino d’un fiato e fece per salutare.
Mario rise e bisbigliò col fratello.
Nicola. Nicola sbattè il canovaccio sul il bancone e disse a Beniamino che non gli sono simpatici i milanesi, lo disse ad alta voce, e che per favore se poteva sistemare questa situazione. Velocemente, figliolo.
E allora…
Peroni. Gettone.
Lasciò cadere la prima pallina quasi a chiamare la risata di Mario.
Seconda pallina.
Danza.
Potrei stare qui a narrare le magie, le alchimie, i colpi di bacino che diede. Giocò per quasi due minuti guardando fisso Nicola. Poi giocò per altri due minuti guardando fisso Mario.
A fine partita, due palline e 799.500. punti.
Non disse niente.
Si sentì solo il grazie di Nicola e Beniamino tornò a bere lambro, offerto dalla casa e si mise nuovamente in poltrona. Testa all’indietro e occhi chiusi a non guardare il soffitto.
Ora era Vittorio che si avvicinava per prendere un altro gettone. Lo diede al fratello e disse ora di impegnarsi davvero visto che lui, Mario Cavezzoni iniziò a giocare a flipper pochi anni prima che questo venne importato in Italia, andava sino a Nizza per giocare. Aveva trovato quel flipper una volta, in vacanza col fratello Vittorio ed era già un talento. Lo fece arrivare in un caffè da un amico su a Milano. Mario considerava se stesso il più grande esperto di flipper italiano, non si sa su che base.
Il fanatico brianzolo si alzò, fece dei movimenti come per scaldarsi il collo, si scrocchiò le nocche, le dita, i polsi, poi fece come i cavalli quando soffiano tra le labbra. Pensavo davvero fosse un idiota, un idiota bravo a flipper.
Tre palline. Versi strani e urletti a non finire. Fastidioso come il pungitopo sotto il culo.
310.000 677.000…
901.000 punti.
901. Mila. Impossibile.
Era record.
La iena, da quel momento era Mario la Iena, aveva superato Beniamino Dolli, il record di Beniamino Dolli, a cui davano importanza tutti tranne Beniamino stesso.
Quando sei più forte di tutto e di tutti non stai attento ai record, lo fanno gli altri per te, diceva la leggenda.
Era silenzio.
Si alzò con calma Beniamino, posò il bicchiere e se ne andò tranquillamente, dicendo al ragazzo, ripeto sei bravo, ma sei fastidioso. Peccato.
Passò un minuto, un’ora, tutto sembrava immobile.
Beniamino sembrava non rendersi conto che era stato battuto. O davvero non gli importava?
Mario la Iena, unto dal sudore, scolò entrambi i bicchieri di Lambrusco alla goccia. Rimasero, lì seduti al tavolo qualche altro minuto, parlottando e ridendo, mostravano strafottenza e arroganza. Mostravano i denti come cani randagi e rabbiosi. Gli educati brianzoli erano visti come fastidiosi animali da branco.
Nel silenzio ghiacciato si sentivano rimbombare anche i loro respiri. Li sentivo nella testa. Li odiavo. Io li odiavo davvero.
Mi resi conto in quell’istante come tutto, tutto quanto per me era così… Importante.
Beniamino Dolli, le sue leggende, il suo mito, Beniamino il grande e il suo flipper: Era tutto importantissimo, fondamentale, era una situazione da preservare. Il mondo non sarebbe venuto a conoscenza della grandezza di un Beniamino sconfitto.
Beniamino era un irraggiungibile modello a cui ispirarsi, non me ne ero mai reso conto.
Nessuno poteva arrivare e fare questo, semplicemente vincere. Superare una leggenda, in quel modo villano poi…
Urlai. Urlai: COGLIONE! Il Dolli ha giocato solo due palline, sei solo un coglione. Avevo le lacrime agli occhi e il viso in fiamme, la voce mi usciva dalla gola graffiandola.
Mario mi guardò e disse, bimbo, ricorda che la supponenza si paga. Si fece un’altra risata che sentivo roboante e ridondante dentro la testa, vibrava nella mia colonna vertebrale, bolliva il mio midollo.
Non reggevo. Corsi fuori e subito m’accorsi di Beniamino. Lì seduto sugli scalini di legno fuori il Caffè Biliardo, silenzioso. Mi fermai dietro di lui, fissavo la sua schiena e la sua nuca.
Non si da del coglione a un coglione alla tua età scheggia, poi come fai se quello è davvero un coglione?
Ero triste o forse ero deluso, Beniamino non poteva non essere il più forte. Non poteva non essere il più grande.
Chiesi semplicemente il perché. Perché Beniamino non entrava a domare quei cani?
E’ bravo. Molto bravo disse. Non si vince sempre nella vita e soprattutto, non è mai così importante vincere. In più scheggia, forse è ora di andare.
In quell’istante due motociclette si fermarono di fronte al caffè , quelle con la maschera bianca sopra il faro e grossi numeri stampati sopra. Un 10 e un 7. Da cross, due moto da cross. Tre ragazze un ragazzo. La passeggera del 7 scese velocemente, pochi passi verso il Dolli e giù un sonoro bacio che lasciò me senza parole e lui con un sorriso.
Non disse nulla, solo Ciao Beniamino, montò di nuovo in sella e ripartirono.
Chi era domandai. Mai vista, rispose.
Non è vero. Essere il più grande era fondamentale. La vedevo così.
Io dovevo essere amico del più grande, volevo brillare di luce riflessa forse, volevo fregiarmi di medaglie che non avrei mai vinto potendo narrare mitiche leggende di cui solo io sarei stato a testimone.
Volevo la leggenda di Beniamino Dolli, ancor prima che davvero leggenda fosse.
I miei amici uscirono, mi salutarono e si diressero verso le rispettive case immagino, o magari giù al ponte per le prime sigarette.
Beniamino ed io. Lui con la sua stupenda camicia a scacchi; io con la maglietta con le patacche d’unto e di sugo. Il mito e il tifoso.
Giuro avrei voluto avere il coraggio di abbracciarlo. In quel momento avvertivo la grandezza del Dolli, ma anche se ancora bambino sentivo dentro di lui la tristezza, si avvertiva la sua desolazione, solo io non potevo capire perché e semplicemente dissi:
“Mi dispiace. Non so cos’hai Beniamino, ma mi dispiace tanto.”
Sorrise, lui. Mi ringraziò. Avrei capito un giorno. Dicevano sempre così i grandi, avremmo capito. Avevano ragione.
Giulietta Marta le mille donne il suicidio le parole le infamie le leggende le storie i mille occhi e le mille orecchie il sangue la dannazione la luna.
Era stanco. Beniamino era stanco, ma come può un bambino comprendere la stanchezza dei grandi? La stanchezza dei padri, degli uomini che devono portare croci e sostenere maschere che gli altri non vedono.
Gli occhi del bambino vedono l’eroe e piangono quando l’eroe non vola, non è vittorioso, quando l’eroe è fermo e pensa. La riflessione di un eroe è un triste attimo per un sostenitore bambino.
A quel grazie risposi semplicemente nulla.
Entrai ancora chiedendo a Nicola un gettone per giocare. Non avevo mai giocato, ma forse sarei stato io il vincitore su Mario la Iena.
Durante quei passi che sentivo pesanti verso il flipper sapevo che avrei battuto tutti, in pochi secondi sentivo la magia del mito scorrere nelle vene. Presi coraggio, guardai i Cavezzoni e inserii il mi gettone.
La mia prima pallina. Stavo toccando il regno di Beniamino Dolli.
Feci ben 1.767 punti. Miseri. Una povertà.
1.767. Praticamente colpii una volta la biglia scaraventandola contro i respingenti che impazzirono un po’ facendomi fare qualche punto. Riuscii nuovamente a rispondere fiondando il metallo sferico verso delle bandiere, giù due con un colpo.
Tutto qui. La biglia corse dritta verso il centro, la buca, non potei colpirla, lo trovai davvero ingiusto. Era sfortuna. Tentai anche un improbabile colpo di bacino che per me era un colpo di petto vista la mia statura. Fu alquanto ininfluente.
Si sentì una risata proveniente dalle fauci umide della Iena, lo guardai male, ero pronto per colpire ancora. Volevo vincere. Avrei vinto.
La mia mano toccò il pistone, lo portò indietro pronta al lancio e lì terminò la mia esperienza al flipper.
Una mano più grande prese la mia e la profonda voce inconfondibile del Dolli disse:
“Lascia a me, hai fatto un buon lavoro, ma si vede che hai il polso stanco. Ti do una mano e poi finisci tu.”
Con gli occhi lucidi e un sorriso da paresi facciale mi misi al lato del flipper senza toccarlo. Alternavo lo sguardo tra il tavolo obliquo e il volto del mio eroe.
Il pistone lanciò la sua seconda sfera d’argento. Il proiettile scivolava come fosse unto, Beniamino era elegante. Le sue biglie lo seguivano, non rispondevano mestamente ai colpi, semplicemente obbedivano agli ordini con vigore.
Non so cosa successe intorno a noi. In quel momento il mondo non esisteva.
La biglia volava a velocità doppia. Era tutto respingenti, bandiere abbattute in serie, due volte, tre volte. Sembrava un mitragliatore. Nessun colpo a vuoto. Una festa di luci e suoni e colori.
Giocava col sorriso, con la tristezza negli occhi, ma con il sorriso.
I primi 200.000 punti volarono in un attimo. Un paio di volte la fera colpì il cristallo, cosa che Beniamino odiava, era mancanza di precisione, di maestria.
Ballava con il flipper, era un perfetto passo a due. Più in là l’avrei definito un perfetto amplesso vista la danza del suo bacino e delle sue anche. Riusciva a far rimanere la sfera tra i tre respingenti per oltre un minuto di fila. Credo avrebbe potuto giocare senza mani se davvero avesse voluto. Mi consegnò i suoi colpi migliori, in serie. Le bandiere continuavano a cadere come soldati abbattuti in trincea e i canali sopra respingenti erano… Trafficati.
500.000 punti e si ballava.
C’era gente intorno, i nostri e altri entravano, s’avvicinavano e in silenzio osservavano. C’era quale sussurro di meraviglia quando abbatteva in le cinque bandiere con quattro colpi. Cosa che ripeteva ogni minuto più o meno. Una velocità d’esecuzione impressionante, anche i Cavezzoni osservavano. Osservavano in silenzio. Nicola dietro a tutti, ci raggiunse Antonio, avvertito dal cugino.
700.000. 800.000.
Rallentò. Iniziò una sorta di palleggio quasi a riprendere fiato, lo fece una ventina di volte e poi… Destro e si ricomincia.
Credo che questa biglia abbia vissuto il suo momento più bello. Un momento tutto per lei, tutti quei punti solo per lei. Sotto le mani del suo Signore. Immagino si potessero sentire le urla di gioia di quell’inanimato metallo.
A 900.000 punti ci fu un forte applauso e Beniamino rallentò ancora, iniziò a guardarmi.
Disse che era stanco. Sono stanco Scheggia, disse così. E’ ora di andare.
Rimase lì un altro po’ giocherellando, buttando a vuoto la biglia senza fare punti, si divertiva a colpire gli angoli degli obiettivi, stette un bel po’ di secondi senza fare un solo punto, poi ripartì con un altro massacro delle bandiere e semplicemente lasciò dicendo: Tocca di nuovo a te, mettendomi una mano sulla testa a mo’ di saluto.
La pallina finì in buca, nessuno osò toccare nulla.
999.897. Con una biglia. Nessuno fece storie per quei miseri mille punti fatti da me alla prima.
999.897. Con una pallina. Nessuno giocò la terza. Non era necessario.
Il Dio del flipper aveva mostrato la perfezione che appartiene solo agli Dei.
Ciao zio disse a Nicola. O ad Antonio non so. Ci vediamo.
Uscì.
Ci fu un bel po’ di silenzio. Nessuno rumore, parola. Un bollente attimo di ghiaccio.
Si guardavano l’un l’altro.
Mario la Iena, proprio lui, prese una chiave e incise sul muro BD 999.897. Lui e il fratello strinsero la mano a Nicola e tornarono a casa.
Beniamino Dolli da quel giorno fu ufficialmente La leggenda.
La leggenda di Beniamino Dolli era nata, era alla luce del sole.
Non lo vidi mai più. Non lo vide più nessuno.
Uscì e la sua scomparsa dichiarò ancor più forte la sua grandezza.
Beniamino Dolli e le donne.
Beniamino Dolli e il campo grande.
Beniamino Dolli e le sue leggende.
Addio Beniamino.