La leggenda di Beniamino Dolli è primo capitolo di una trilogia di “leggende” della nostra terra. Ogni “serie”, tre appunto, è composta di 22 episodi.
Un progetto narrativo di Gianluca Casaccia.
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Episodio 17 – Addio Marta
Era notte. Era notte inoltrata.
Una di quelle notti in cui non riesci a dormire perché fa caldo; non riesci a dormire perché il tuo sudore bagna le lenzuola e la tua pelle si attacca e la tua smania cresce; non riesci a dormire perché il caldo fa tornare il turbine dei tuoi pensieri, dei tuoi problemi, i problemi che abbiamo tutti, ma nelle notti insonni regnano come dittatori; non riesci a dormire perché le cicale e i grilli sono davvero troppo in forma; non riesci a dormire perché la luna piena è un faro; non riesci a dormire perché c’è gente che urla in piazza.
Era una di quelle notti dove nascono le leggende di Beniamino.
Una di quelle notti dove la luna è ministro della notti di Marta e Beniamino e invece erano qui in piazza irrompendo con le voci nelle nostre case. Nessuno, chiaramente nessuno, osò intromettersi, ma tutti, chiaramente tutti, ascoltarono o provarono a farlo.
Il chiasso venne percepito più forte di ciò che fu effettivamente, ma la notte, il caldo e il silenzio amplificarono rumore e sentimenti.
Le parole non si sentivano bene, solo qualcosa: Ogni libertà ha un suo prezzo; io t’amavo così come sei Beniamino; Marta non hai mai capito. Soprattutto, dopo giri a vuoto di pneumatici sul rovinato asfalto della piazza e il rumore di un macchina che si allontana velocemente si udì chiaro un urlo.
Dove vai?
Fu un urlo a squarcia gola, quasi si attendesse una risposta dalla macchina in corsa e subito lontana.
C’erano altre persone, forse due, parlavano, ma non si capì nulla.
Il giorno dopo potevi leggere una certa saccenza dipinta sulle facce, da Nicoladelforno alla moglie di Antonio, passando per ogni singolo frequentatore del Caffè. L’espressione di tutti era come se ognuno avesse nel cassetto la trascrizione esatta di ogni cosa accaduta la notte passata. Tutti sapevano esattamente ogni cosa, c’era da aspettarselo, come il fatto che ogni trascrizione fosse diversa.
Ognuno aveva la sua storia, ognuno la sua versione.
Se ne parlò, quasi segretamente per tanti giorni.
Volevano solo capire. Per loro, per noi, era importante.
Per una votla narratore proseguii nel raccontare un qualcosa di cui tutti erano a conoscenza, ma che per una volta avevo chiaro più di chiunque altro. O meglio avevo la verità, che potevo narrare e magari contaminare. Orgoglioso di poter tenere banco nonostante una vicenda tutt’altro che allegra.
Persisteva quindi in ognuno di loro una confusa versione di quello che successe quella notte. Per questo ogni volto porta uno sguardo di sufficienza, velando maldestramente l’infinita curiosità riportata a galla dopo tanti anni.
Non sono mai stato un narratore, né un chiacchierone, ma oggi il lambrusco è sceso velocemente nella mia gola e il pranzo stava prendendo una piega noiosa e silenziosa.
Ci sono state scommesse mai riscosse sull’identità delle altre due persone presenti quella notte.
Certa, ma mai confermata fu la presenza del Santo, come si sa sparì pochi giorni dopo, per via del sua notte magica.
Sulla quarta persona le idee erano variopinte e innumerevoli. Nicola era lì, ma lo nascondeva come faceva sempre riguardo alle vicende del Dolli; no, c’era un passante, non uno di noi, ma un tizio che si era fermato ad osservare in piena notte, un forestiero quindi; no, la quarta persona era la grande mucca, sparita due anni prima della fattoria della famiglia di Marta; Antonio era in macchina con Marta; nemmeno: Era evidente fosse il padre di Marta che voleva rompere le ossa a Beniamino, ma arrivato sul posto se la diede a gambe; il nonno di Giulietta vide San Prospero e mia madre disse di aver visto un orco, sembrava il Buefiacco, ma molto dimagrito, la cosà mi turbò molto. Nicoladelforno giurò sulla tomba della madre che c’erano Beniamino, Marta, Mike Buongiorno e un gigantesco mastino napoletano. Non mancava, come potrebbe!, chi vide Elvis, anche se a quei tempi non era tanto strano, il Re era ancora vivo.
Detto questo immaginatevi il moltiplicarsi delle storie su quella notte, se solo la presenza degli attori era così confusa, figurarsi le storie che ne conseguirono, alcune, davvero, riportano l’intervento dei marziani, citando subito la più estrema. Non meno fantasiosa fu l’apocrifa versione uscita qualche anno dopo, con cinque attori, in cui un Elvis duettò con Beniamino contendendosi il cuore di Marta in fuga, questo sotto gli occhi di San Francesco che parlava con la grande mucca, Marta indecisa si diede alla macchia per non imbarazzare il Re di fronte all’evidente sconfitta canora subita per gola del Dolli. Come si evince è una versione improbabile, Elvis, temporalmente parlando non era ancora il Re quella notte.
Beh, il Santo non c’era, ve lo posso assicurare. L’attenzione diventa estrema e la verità è questa:
Il Santo non c’entra davvero nulla.
C’era Beniamino Dolli.
C’era Marta.
E poi c’era Dante.
Silenzio. Si fermano anche le forchette ad ascoltare, Antonio mi guarda chiedendomi serio cosa c’entrasse mio padre.
Sta di fatto che quel giorno, il giorno che anticipò l’ormai famosa caldissima notte, Giulietta e Beniamino litigarono. Fu una cosa leggera, successe al bar, come forse qualcuno può ricordare. Fu una di quelle discussioni abbastanza frequenti tra Beniamino e le sue donne, come sempre finiva con Lei che se ne andava correndo in lacrime. Lei poteva essere chiunque, quella volta fu Giulietta. Quella volta però Giulietta aveva scoperto una cosa, che nessuno di noi sapeva, nemmeno Beniamino.
Marta, ragazzi, era incinta.
Avevo sganciato la bomba.
Marta era incinta.
Se ora mi alzo e vado via lascerò questi uomini in un turbine creativo che porterebbe chissà dove. Anni dopo avevo portato a galla uan verità modella fatima.
Nessuno domanda, tutti attendono.
Proseguo spiegando che la litigata che ne scaturì venne sottovalutata, Beniamino corse in moto da Marta. Non era in casa.
Trovò il padre di Marta con una doppietta in mano. Il padre di Marta era un cugino lontano di mio padre, Dante appunto, erano comunque molto amici, nonostante la parentela. Quel giorno stavano scolando lambrusco tanto per cambiare, ma stavolta il padre di Marta voleva affogarci dentro la cattiva notizia: Sua figlia Marta era incinta. Quel gran bastardo di Beniamino…
Riconosciuto il rombo della moto si presentò con il fucile in braccio, subito bloccato da Dante.
Beniamino saltò nuovamente in moto, suppongo per cercare Marta e per evitare la doppietta non credo caricata a sale.
Si vide passare due volte su e giù davanti al Caffè con la moto.
Si vide passare due volte Marta, una volta accompagnata dal Santo, una volta da un ragazzo poche volte visto in giro che tutti chiamavano “suo cugino”, riferito a Marta.
Beniamino poi, si imbattè nel Santo, ora solo, il quale gli rivolse parole che non avrebbe dovuto e finì con un occhio nero. Spiegò che aveva accompagnato Marta da “suo cugino”; Beniamino andò da “suo cugino” che non era in casa e stavolta l’incontro fu con la madre di “suo cugino” che non avendo mai visto Beniamino, ma sapendo chi fosse lo invitò a bere un caffè, entusiasta. Beniamino rifiutò e ripartì; Si diresse dal Santo, lo fece salire e corsero, ora che la sera stava arrivando, al campo grande. Trovarono, vicino il capanno del fieno, Marta e il padre. E Dante. Pare che il Santo e Marta si lanciarono un’occhiataccia. Dante si preoccupava di tenere fermo il padre di Marta; il Santo se ne venne fuori con una domanda semplice semplice anticipando ogni parola del Dolli: Di chi è questo bambino?
Marta gli lanciò l’ennesima occhiata congelando l’aria.
Ora Dante si dovette buttare a bloccare Beniamino nuovamente intento a saltare addosso al Santo. Beniamino non capiva come, ma fra quei due c’era stato qualcosa.
Marta scappò rubando la macchina del padre con il Santo che urlò qualcosa riguardo “suo cugino”, a quel punto il padre di Marta sottolineò seccato che Marta non aveva cugini.
Beniamino partì all’inseguimento di Marta e mio padre lo seguì, riuscendo a montare in moto, dietro alla leggenda.
L’atto principale.
Beniamino e Dante raggiungono Marta alla piazza, dove iniziano domande, chiarimenti, urla.
Non è tuo figlio. E’ del Santo. No, è di Matteo. Chi è Matteo. Mio cugino che non è mio cugino. Come fai a saperlo. Lo so e basta. Non è tuo. Né di Alessandro. E’ mio figlio Marta! Non è tuo figlio. Potrebbe esserlo. Potrebbe essere anche di Alessandro, ma sento che è di Matteo. Allora te lo sei fatto il Santo! Io l’ammazzo. Tu vai con tutte. Tu ami Giulietta. Tu non hai mai capito nulla Marta, poi che vuol dire “sento” che è di tuo cugino? Io non ho cugini. Se fosse mio figlio? Non lo è. Io ti amavo Beniamino, così come sei. Sei un bastardo. Sei una zoccola. Ti odio. Ti odio anche io.
E poi…
Dove vai? Urlato nella notte e con Dante come spettatore e attore solo di poche sillabe non ascoltate.
E la mucca. E’ vero c’era anche la grande mucca scomparsa.